A seguito di quanto accaduto durante le manifestazioni di questi giorni e del conseguente dibattito pubblico, ho preferito attendere qualche giorno, prendere le distanze dagli stimoli incessanti provenienti dai social network e formulare alcune considerazioni a freddo su quanto successo.
Proprio per questo, non vorrei soffermarmi sulle condanne già espresse da molti o sulle giustificazioni presentate da altri.
Quello che noto, innanzitutto, è una certa incongruenza, che non sarebbe di per sé grave, ma lo diventa nel momento in cui si traduce in confusione. Le reazioni pubbliche a sostegno delle proteste hanno inizialmente seguito una linea di pensiero secondo cui soltanto alcuni manifestanti si sarebbero resi responsabili di atti violenti e vandalici. Con il passare del tempo, però, probabilmente anche a causa della contrapposizione sui social con chi non era disposto a giustificare a prescindere quanto accaduto, la narrazione si è estremizzata. Si è arrivati così a legittimare la violenza, ritenendola necessaria per difendersi da quella che viene descritta come la violenza quotidiana della vita, causata, dallo Stato.
Stando ai numeri emersi, tra le circa 271 persone portate in questura, l'81% è costituito da minorenni e, in particolare, tra i 45 attualmente arrestati, soltanto 11 sarebbero maggiorenni. Potrete convenire con me che questi ragazzi sono, per ragioni anagrafiche, tra coloro che hanno avuto meno occasioni di confrontarsi direttamente con il tema del caro vita. Presumibilmente, molti di loro non hanno mai lavorato né vissuto fuori casa e, di conseguenza, non hanno ancora dovuto affrontare personalmente le relative spese o, più in generale, i problemi economici con cui molte famiglie e molti individui si confrontano quotidianamente.
È a questo punto, quindi, che sorge la prima incongruenza: si stanno giustificando delle nefandezze in quanto scaturite da un male peggiore e ritenute necessarie per raggiungere un bene superiore. Peccato che quel male peggiore potrebbe non aver mai intaccato direttamente molti di questi soggetti e che, per alcuni di loro, il bene superiore a cui aspirare sembrerebbe ridursi ad accaparrarsi qualche capo di un marchio di lusso.
Questo atteggiamento, sul quale parte dei media ha costruito una narrazione epica, arrivando addirittura a scomodare rivoluzioni ben più famose, come quella francese, non è altro che becero vandalismo, non sorretto da alcun ideale. Peraltro, inviterei a ripassare come l'esercito e le autorità dell'epoca reagirono alle rivolte del 1789: forse qualcuno potrebbe ridimensionare i paragoni con gli odierni manifestanti violenti e le considerazioni sulle attuali forze dell'ordine.
Giustificare tutto ciò è un male per tutti. Un male per la società, costretta a subire soprusi senza sentirsi tutelata nemmeno dal buon senso comune; un male per la civiltà, nella quale la violenza rischia di diventare uno strumento sempre più presente e tollerato. Infine, un danno per le manifestazioni stesse: un fine comprensibile e condivisibile da buona parte della popolazione finisce per diventare anch'esso motivo di divisione.
Su quest'ultimo punto, in particolare, è utile richiamare il caso concomitante delle proteste degli autotrasportatori al Sud. Di fronte alle iniziative di lavoratori direttamente coinvolti e danneggiati dai problemi che denunciavano, non ho riscontrato le stesse divisioni. Non ho visto un singolo commento, una storia o un post che criticasse l'operato di questi lavoratori; al contrario, mi è sembrato che le loro ragioni fossero ampiamente riconosciute.
Anche questo caso, però, è diventato un ulteriore pretesto per i facinorosi, che lo hanno utilizzato per sostenere come, senza atti estremi, sia impossibile lanciare un segnale forte e attirare l'attenzione dello Stato. A sostegno di questa interpretazione è stato richiamato il fatto che la notizia delle proteste degli autotrasportatori abbia ricevuto attenzione dai media tradizionali soltanto dopo i fatti di Milano.
Bisogna però rendersi conto che, tra le poche cose buone apportate dai social, la «democratizzazione» delle notizie è forse una delle principali. Sempre più persone si informano attraverso queste piattaforme, mentre la televisione ha visto ridursi sensibilmente la propria influenza comunicativa e istituzionale.
Il cosiddetto fenomeno dell'agenda-setting inverso descrive proprio la possibilità che il tradizionale rapporto tra media e opinione pubblica si capovolga, portando i mezzi d'informazione tradizionali a essere influenzati dalle discussioni e dalle opinioni diffuse sul web. Un esempio interessante, nella storia recente, potrebbe essere rappresentato dall'evoluzione del dibattito pubblico su Gaza, profondamente cambiato dal 7 ottobre 2023 a oggi.
Eppure, il numero di post, e soprattutto di repost e commenti, dedicati alle manifestazioni degli autotrasportatori non mi sembra minimamente paragonabile al traffico generato dai fatti di piazza Duomo.
Perché?
Paradossalmente, proprio perché il primo caso non è altrettanto divisivo. Le persone tendono a farsi sentire quando devono sostenere la propria fazione, quando possono sentirsi parte di una compagine. Non è tanto l'ideale in sé che si vuole difendere, quanto l'ideale come contrapposizione a ciò in cui non ci si identifica, come espressione dell'appartenenza alla propria tribù, per richiamare il concetto di tribalismo cognitivo.
La violenza, quindi, è sicuramente un atto più eclatante, accessibile e immediato. Ma raramente le misure più semplici e orientate al breve periodo risultano più efficaci di quelle strutturate e rivolte al lungo termine.
Alla fine dei conti, abbiamo da una parte gli autotrasportatori, che hanno ottenuto un tavolo di confronto con il Governo, e dall'altra diversi ragazzini arrestati, persone ferite e danni da ripagare. E non mi riferisco soltanto alle vetrine dei negozi assicurati.
Conclusa questa parte dell'analisi, vorrei porre una domanda.
Supponiamo che quanto detto finora non vi trovi d'accordo e che riteniate, a prescindere, la violenza un mezzo plausibile nella lotta per i propri diritti e per le proprie esigenze.
Questa violenza sarebbe ugualmente tollerata se venisse utilizzata per ragioni condivise da una parte della popolazione, ma non da voi?
A Belfast, nel giugno 2026, l'accoltellamento di un uomo da parte di un rifugiato sudanese è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un contesto già segnato da tensioni sociali, dalla crisi degli alloggi e da un crescente senso di degrado e insicurezza.
Nella notte tra il 9 e il 10 giugno, gruppi di manifestanti hanno incendiato case, automobili e attività commerciali riconducibili a immigrati. Per fronteggiare i disordini, la polizia in tenuta antisommossa è dovuta intervenire; nei successivi scontri sono stati impiegati anche idranti e proiettili di gomma.
In questo caso, considerate la violenza legittima? E la polizia ha fatto bene a contrastare queste proteste oppure, anche qui, gli «sbirri» sono stati cattivi?
È necessario comprendere che, se si ritiene legittimo il ricorso alla violenza, occorre quantomeno interrogarsi sui criteri con cui la si giustifica. Non si può invocarla quando viene esercitata da movimenti con cui si condividono le idee e condannarla automaticamente quando proviene da chi sostiene posizioni opposte, senza prima confrontarsi con la natura e le circostanze degli atti commessi.
Il problema, inoltre, non riguarda soltanto i rapporti tra cittadini e Stato, ma anche quelli tra gruppi sociali e politici contrapposti. A tal proposito, non si è fatto attendere un post di Luca Marsella, portavoce di CasaPound Italia, che ha esortato a schierarsi, anche «fisicamente», contro questi fenomeni.
Il punto cruciale che voglio far emergere è questo: la violenza, che sia ideologica o, peggio ancora, fisica, rischia di generare altra violenza e di far perdere di vista gli obiettivi, più o meno nobili, che ci si era prefissati. Il risultato è un inasprimento delle divisioni e, di conseguenza, una lotta orizzontale tra cittadini.
Oggigiorno esistono diversi strumenti attraverso cui esprimere il proprio dissenso, organizzarsi e cercare di cambiare le cose. Molto spesso, però, sono strumenti più scomodi, che richiedono maggiore impegno, pazienza e capacità di costruire un'azione collettiva.
È utile ricordare, infine, che la Rivoluzione francese, tanto acclamata in questi giorni, attraversò la fase del Terrore, caratterizzata da dure misure repressive nei confronti degli oppositori, per poi assistere alla caduta e alla morte dello stesso Robespierre e, successivamente, all'ascesa di Napoleone.
Mi auguro, quindi, che oggi sia possibile lottare per i nostri diritti senza dover attraversare periodi altrettanto nefasti. Sono convinto, però, che per riuscirci sia necessario, anzitutto, creare unione e non divisione.